Studiare al tempo della crisi

“Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo.
Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra forza.
Studiate, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza.

A. Gramsci”

Quest’Anno Accademico inizia nel mezzo di un periodo di forte preoccupazione per l’economia mondiale: dalle colonne dei giornali e dagli schermi tv continuano gli allarmi per una possibile catastrofe futura, e gli appelli a “fare sacrifici” per scongiurarla. Per noi studenti, però, la crisi era cominciata già da un bel pezzo: da svariati anni, infatti, ripetuti decreti messi in atto da governi sia di destra che di sinistra, continuano a far subire agli Atenei pesantissimi tagli ai finanziamenti e al personale. Questi hanno portato alla riduzione dei servizi (tagli alle borse di studio, riduzione dell’orario di apertura delle strutture, aumento delle mense), e nel tempo, bloccando l’assunzione di nuovi ricercatori e docenti, causeranno un grande decadimento della qualità dell’insegnamento e della ricerca. E già prima del decreto 133 del 2008 (l’ultimo disastro legislativo in ambito di tagli alla cultura) eravamo il Paese occidentale che investiva meno nell’Università, e i risultati erano evidenti.

I tagli economici che hanno colpito l’Università Pubblica indicano senza dubbio la via che l’Italia vuole seguire: non investire sui giovani e su un futuro solido , ma creare le condizioni per una società estremamente controllabile e innocua che non nuocia agli interessi di pochi. Fare in modo che sia sempre più difficile studiare ed affermarsi ha caratterizzato le scelte governative dell’ultimo decennio, portando a conseguenze catastrofiche. Viviamo in un paese che cresce, nelle migliori previsioni, di meno dell’ 1% l’anno ed ha un tasso di disoccupazione giovanile del 28,9 %, quasi dieci punti più alta degli altri paesi europei. Se studiare è diventato difficile (e lo sarà sempre di più), è perchè è emerso un disegno politico che affossa la cultura e la conoscenza, e promuove il denaro come unico mezzo per affermarsi. E con successo: p

er la prima volta nella nostra storia, nel 2011 il numero dei giovani che hanno scelto di fare l’università è diminuito. Del resto oggi è più facile trovare lavoro senza una laurea, e quel che politici ed esperti ripetono è che “ci sono tanti lavori che gli italiani non vogliono più fare”, e che quindi per trovare lavoro bisogna abbassare le pretese.

La questione che non viene mai affrontata è che il lavoro di cui c’è bisogno varia a seconda del tipo di scelte economiche e sociali che si fanno: se essere ad esempio un Paese che ha bisogno di architetti, ingegneri e operai qualificati per ristrutturare i nostri palazzi abbandonati e migliorare le nostre infrastrutture, o uno che ha bisogno di manovali per tirar su chilometri cubi di costruzioni mostruose senza progetto né scienza, che rimangono vuote perchè inutili fin dall’inizio, o che implodono alla prima scossa di terremoto causando disastri enormi. Finora si è scelta in tutti i campi la seconda strada: alla Conoscenza intesa come sapere si sono preferite le conoscenze tra politici e trafficanti, a cui vengono affidati finanziamenti miliardari per opere inutili e mal fatte. Noi studenti, che ci impegnamo per raccogliere l’eredità del sapere e utilizzarla al meglio, dobbiamo reclamare con forza, e impegnarci a costruire una società che valorizzi questo sapere: non per un motivo egoistico, ma proprio perchè siamo consci che una società simile sarebbe più prospera, felice, e giusta.

Oggi che i nodi vengono al pettine, noi studenti che già da anni protestiamo per dire che questa strada conduce alla decadenza del Paese ci sentiamo di poter criticare radicalmente le logiche che sono dietro alle manovre del governo, perchè, come tutti ormai in Italia, ci rendiamo conto che non c’è luce in fondo a questo tunnel di crisi che si susseguono, e questi sacrifici che vengono richiesti non porteranno ad alcun miglioramento, ma solo ad altri sacrifici.

Fare ipotesi su scelte da fare è facile quanto impossibile, e fare ipotesi vuol dire anche proporre alternative alla realtà. Una realtà che ci dice che viviamo in un paese che sta attraversando un periodo difficile, un periodo di scelte importanti e decisioni improrogabili, che questa classe politica non ha più l’autorevolezza nè l’inventiva necessarie a compiere.

E’ evidente che il nostro Paese, così come l’Occidente per certi versi, si trova in una empasse, e la svolta non si riesce a leggere da nessuno dei discorsi e proclami che quotidianamente intasano i nostri media. Forse è il momento di smettere di attendere che qualcuno da un giorno all’altro trovi il bandolo della matassa, e cominciare a cercare delle soluzioni, anche parziali, tutti insieme, come cittadini liberi e partecipi.

Il  Collettivo, così come gli altri Collettivi e come i tanti gruppi e comitati con cui interloquiamo e collaboriamo, ha cominciato questa ricerca, partendo nel nostro caso dal quotidiano dei problemi dell’Università e della Ricerca, cioè del pezzo di mondo in cui ci muoviamo: così, occupandoci di ciò che meglio conosciamo, possiamo fornire delle soluzioni. Ed è con queste, e con le altre soluzioni che ciascuno può mettere in atto nella propria realtà, che potremmo comporre un nuovo quadro generale.

Collettivo di Medicina >CODICE ROSSO<

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