L’Antefatto
L’Italia è il Paese europeo che investe di meno in istruzione e ricerca, da quando due anni fa è stata approvata la legge 133 : allora si formò un forte movimento studentesco, che per un periodo riuscì a portare la Scuola e l’Università al centro del dibattito pubblico. Ma non durò a lungo, la politica si dimostrò trasversalmente sorda, e ben presto i telegiornali tornarono a occuparsi di scandali, nani e ballerine, mentre gli studenti e i lavoratori della conoscenza venivano lasciati a se stessi. L’Italia ha anche una disoccupazione giovanile spaventosamente alta: le due cose saranno mica collegate?
Dal momento dell’approvazione della 133, tutti sapevano che sarebbe arrivato prima o poi un attacco più consistente: gli studenti cercavano di avvertire l’opinione pubblica, i ricercatori, vittime annunciate, si organizzavano; i rettori e i baroni intanto, mantenevano le università come congelate, mentre cercavano di trattare col ministro Gelmini, per salvare brandelli del loro potere. Intanto, silenziosamente, gli effetti dei tagli si concretizzavano in peggioramenti dei servizi: e per molte Università, come Firenze, il 2011 sarà, se niente cambierà, l’anno della bancarotta.
Il Fatto
Siamo infine arrivati alla approvazione in Senato della legge Gelmini, con l’appoggio anche di parte dell’opposizione. Questa legge prevede che:
-Il governo dell’Ateneo sia tutto in mano al Consiglio di Amministrazione: questo non sarà più eletto, ma nominato da Rettore in maniere non specificate, e soprattutto dovrà obbligatoriamente contenere membri esterni all’Università, scelti anche qui non si sa come; il Senato Accademico avrà funzioni subordinate.
-le facoltà scompaiano: i dipartimenti dovranno coordinarsi tra loro in un modo nuovo e poco chiaro, con strutture di raccordo neppure definite nella loro denominazione;
-I ricercatori non siano assunti più a tempo indeterminato come oggi, ma per soli tre anni, rinnovabili a sei: dopodichè potranno provare ad essere presi come professori, mentre la maggioranza dovrà abbandonare il proprio lavoro e reinventarsi una vita a 35 anni -l’assunzione dei professori sia a chiamata diretta dai dipartimenti, con più potere alle cricche baronali dentro l’Università.
-Si crei un prestito per gli studenti: dando per scontato che i servizi offerti si ridurranno ancora per i tagli, e che dunque diventi impossibile per molti sostenersi economicamente durante gli studi, il governo copia il sistema americano, con lo studente che si indebita per laurearsi, e si affaccia poi sul mondo del lavoro già con l’handicap di dover restituire i soldi allo stato (tra l’altro, ricordiamo che questo sistema d’indebitamento ha causato negli USA la crisi finanziaria ed economica in cui siamo tuttora).
I ricercatori, di fronte a questo attacco frontale al loro futuro, hanno reagito con un gesto forte, ritirando in massa in molte Facoltà la disponibilità ad insegnare: cosa che avevano fatto in questi anni gratuitamente, e senza che fosse nei loro compiti, ma solo per colmare le falle che le successive “riforme” dell’Università avevano creato; si erano così tenuti in piedi, un po’ all’ italiana, tanti corsi con le poche risorse, a danno della ricerca e della qualità del sistema. Ora i ricercatori hanno detto basta, facendo precipitare la situazione, e molti corsi sono stati bloccati o annullati. Anche i professori si sono così dovuti scuotere dall’atteggiamento ambiguo che li aveva caratterizzati in questi mesi, e in molte Università la protesta prende piede. A Firenze, l’8 Ottobre gli studenti scenderanno in piazza; il 14 ad Agraria è indetta l’assemblea di Ateneo.
Anche la Facoltà di Medicina, buona ultima, ha dichiarato la sua volontà di modificare i principali aspetti della Legge; noi del Collettivo abbiamo appoggiato questa scelta, pur intervenendo per attaccare duramente la Facoltà e le sue scelte di questi anni. Pensiamo infatti che il sistema attuale, con le baronie, le lotte di potere e un grande scadimento della qualità della didattica, sia in parte responsabile della situazione in cui ci troviamo.
Il Disegno Gelmini, e i continui tagli di Tremonti, uccidono l’Università, la sottomettono a logiche di azienda che si sono rivelate già perdenti in tanti altri settori del nostro Paese, e condannano l’Italia a un ritorno indietro di cent’anni. Per difendere il nostro diritto alla conoscenza e al futuro, dobbiamo contrastarli, e soprattutto cogliere l’occasione per chiedere che ci sia una riforma vera dell’Università, con investimenti seri e un rilancio della sua funzione sociale.
ottobre 24th, 2010
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